BIENNALE VENEZIA / LA CITTÀ DEL COLORE

Milano, 10 giugno 2006

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LA CITTÀ DEL COLORE:

NUOVI PAESAGGI CROMATICI

PER LO SCENARIO URBANO DEL XXI SECOLO

(Dall’introduzione di Carlo Damiani)

Città come «percetto» visivo

La nuova città non è più oramai intesa unicamente come dimensione fisico-spaziale (e architettonica) dentro cui vivere o spostarsi semplicemente, ma ri-concepita anche in termini di realtà sensoriale. Il paesaggio urbano va «inondando» – continuamente e subliminarmente – i propri abitanti di sensazioni visive e cromatiche. Questi ineludibili input sensoriali si coniugano con gli stati emotivi dello – spesso inconsapevole – osservatore, finendo per condizionarne l’umore, la motivazione, la psiche: come rileva opportunamente Massimo Caiazzo i colori stimolano emozioni, reazioni inconsce, assumono significati (soggettivi e collettivi) e concorrono, da ultimo, a configurare un autentico «meta-paesaggio emozionale».

È l’evoluzione di un approccio, la rinnovata consapevolezza – anche alla luce delle sempre nuove e inesauribili «sofisticazioni» tecnologiche – del nostro «fare» paesaggio: il paesaggio tradizionalmente inteso e «romantico» (ma che peraltro già allora portava in sé un segreto seme di moderna alienazione) con tutte le più attuali – e urgenti – istanze ecologiche da un lato; e il paesaggio urbano (retaggio, talvolta indesiderato, di oltre un secolo di edificazione urbana moderna) dall’altro; questi hanno necessariamente portato ad una nuova consapevolezza e a un’inedita presa di coscienza di quello che «il colore» – in senso lato – può «significare» per il pubblico cittadino.

La città nella sua totalità va quindi intesa anche come tavolozza cromatica (la Città del Colore) che si presenta incessantemente allo sguardo dei propri abitanti: uno spettacolo fin troppo spesso mal orchestrato, che finisce col ripercuotersi indubitabilmente sulla psiche urbana collettiva, con innegabili conseguenze psicofisiologiche per l’individuo.

È una nuova frontiera della ricerca quella che si va aprendo ora alla conoscenza umana: verso un più esteso, olistico concetto di «igiene» abitativa, un più attento rispetto della sensibilità umana, della sua unicità e «diversità» (di contro a periodi più oscuri, di «regime», dove, anche a livello urbanistico ed edilizio, ha prevalso la legge del livellamento collettivo, dell’ideologico azzeramento della specificità individuale).

Ma la conoscenza comporta responsabilità: oggigiorno sappiamo che il colore è divenuto una costante presenza del nostro vivere quotidiano, e la «tavolozza urbana», oltre a connotare il valore cromatico dello scenario architettonico cittadino, contribuirà quindi al generarsi di una temperie emotiva (armonica o disarmonica, foriera di sintonia o di distonia) in tutti quei cittadini che, per necessità o per scelta, vivendola, si troveranno ad averla costantemente «sotto gli occhi».

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